05 ott 2013

AAA cercasi profeti



C’è bisogno di profezia. Quella vera, importante, con la P maiuscola. Quella che è sempre stata elemento essenziale della storia della salvezza, strumento privilegiato per comunicare la voce del Dio vivente, santo e trascendente. Quella che si contrappone al mondo e ai suoi potentati, che si è manifestata grandiosamente nel servizio dei profeti dell’Antico Testamento e che ha orientato la missione della chiesa neotestamentaria.

C'è bisogno di profezia, perché sembra essere venuta meno. Con "l’arrivo della modernità e l’abbaglio del contemporaneo si è come spezzata, semplificata in due realtà apparentemente molto diverse" (P. Prodi, Profezia vs Utopia, Bologna 2013). La profezia, da una parte si è laicizzata, politicizzata e secolarizzata, diventato progetto rivoluzionario, retorica dei mondi ideali, utopia, volano per la perenne lotta contro l’esistente. Dall’altro, nelle chiese e nel mondo para-religioso, la profezia è stata sostituita dalla vision, dai sussurri intimistici, dalle intuizioni estatiche e consolatorie se non dai pregiudizi tribali.
Persiste anche un’interpretazione volgare della profezia dalla quale dobbiamo liberarci: è quella che la aggancia alla mera predizione del futuro, alla ricerca di calendari escatologici prêt-à-porter.
Ovvio, certo che la profezia può contenere previsioni e segnalare minacce, ma nella prospettiva biblica rimane sostanzialmente e soprattutto decostruzione dell’idolatria, contestazione del male dominante, annuncio e appello nel nome di Dio.

Invece, tra le mani ci rimangono i cocci di una visione intimistica della fede, contornati da l’illusione di modelli di santità che si pongono al di fuori della storia e da qualche bisogno di conoscere avvenimenti futuri confidati personalmente.

Necessitiamo ancora di profezia, perché essa rappresenta sostanzialmente la contestazione al potere idolatrico dominante, sociale, politico, economico o religioso che sia. Indica una direzione diversa. Ed è profeta colui che – vivendo in tensione con quel mondo - sa leggere i segni dei tempi al di là degli interessi consolidati e delle aspettative democratiche. Anzi rappresenta la Parola di Dio per la condanna dell’ingiustizia, la proclamazione della possibile redenzione e l’annuncio della più completa salvezza.
Anche nel Nuovo Testamento, con la definizione del messaggio del Vangelo, la profezia si colloca nella stessa traiettoria. La chiesa è chiamata a proclamare la Parola quale popolo di Dio (e non solamente quale singolo). Tant’è che la profezia va esercitata all’interno dell’assemblea e diviene prassi e struttura collettiva, spazio di responsabilità comunitaria, secondo la definizione di Paolo (1 Corinzi 14,1-5 e 29-33). Cosa sono i cristiani, se non il popolo chiamato a seguire Colui che è re, sacerdote e profeta?

Negli ultimi decenni, invece si è virato da un cristianesimo centrato sulla storia, sulla Parola,  verso altre spiritualità che rischiano di evaporare in individualismi, veggenze sterili, missioni artificiali e metafore digitali.
E in questo affollato e confuso crocevia, rischiamo così di dimenticarci che ci mancano i profeti, quelli veri, pittosto determinati e non tanto tremolanti.  Coloro che ancora oggi parlano e agiscono nel nome di Dio, portando dentro le logiche umane la sapienza dirompente di Dio. L’unica verità che libera e non ci rende mai facili prede per gli imbonitori di fatue speranze o di redenzioni cosmetiche.

22 lug 2013

Cristiani glocali



       Pronosticare il futuro del cristianesimo è un’attività molto rischiosa. Finora, tutti gli obituari sono stati prematuri. Anzi, a essere sepolti sono stati – di fatto – i numerosi e intraprendenti profeti della “morte di Dio” e della “fine del cristianesimo”.

       Ma nessuno slancio futurologo e nessun tipo di pronostico mi interessa. La domanda affrontare e da condividere è piuttosto di questo tipo: quali sono le sfide del cristianesimo globale nel XXI secolo?
       
       In un lavoro molto interessante N. Davies e M. Conway (World Christianity in the 20thCentury, 2008 ripreso da Peter C. Phan in un paper del 2012 dal titolo World Christianity: Its Implications for History, Religious Studies and Theology)  suggeriscono almeno sei aspetti utili al benessere e alla solidità del cristianesimo globale. 

  •  Dare minore enfasi alla crescita quantitativa e prestare più attenzione alla qualità della testimonianza, all’impegno concreto e al discepolato cristiano. 
  •  Praticare la missione, non solo mandando missionari da Nord a Sud o da Ovest a Est, ma ricercando la trasformazione dell’intera persona e della società, a partire dai luoghi dove si vive. 
  •  Essere cristiani “glocali”: radicati localmente e globalmente consapevoli. 
  •  Appartenere pienamente a una famiglia confessionale, ma essere aperti al cambiamento creativo e costruttivo. In altre parole essere dinamicamente fedeli.
  •  Partecipare e ricercare un’adorazione vibrante che sia contestuale e universale allo stesso tempo. 
  •  Lavorare sempre nelle e per la chiese, impegnandosi per la giustizia e per la pace.

Probabilmente molti altri punti sono da aggiungere, ma ciò che è importante ricordare è che – comunque - il futuro del cristianesimo non è a disposizione dei cristiani. È, invece, nelle mani di Dio Uno-e-Trino che (senza se e senza ma) onorerà la promessa di Gesù: io sarò con voi fino alla fine del mondo (Mt 28,20).

18 mar 2013

Impronte evangeliche: etica & missione



C’è relazione tra etica e missione? Tra moralità e testimonianza? La domanda non è retorica, anche se la risposta non può che essere un deciso “si”. Lo insegna la Torah,  il Sermone sul monte, il ruolo che i cristiani hanno sempre avuto come “sacerdozio reale e nazione santa” (1 Pt 2,9). La connessione tra missione ed etica è così diffusa in tutta la bibbia da incoraggiarci a superare il deficit etico e l’imbarazzo missionario che di frequente caratterizzano la vita delle comunità cristiane.
Alcuni segnali ci aiutano a far nostra la connessione tra moralità e testimonianza.

  • In primo luogo, l'etica cristiana è plasmata da Dio. Segue Dio, perché la grazia di Dio viene prima dell'invito o del comando a vivere nelle sue vie. E ' diretta da Dio, perché l'etica cristiana cerca un’azione, un comportamento in sintonia con il modo e lo scopo della creazione. E’ orientata verso ciò che è giusto, in un mondo segnato dalla profondità del peccato. Spesso l’etica è semplicemente il modo che Dio usa per chiamare le persone a prendere la propria croce e vivere fedelmente per lui. Ed è anche legittimata da Dio, Colui che ci guida in tutta la verità. Per essere testimonianza autentica, però, l'etica deve essere ispirata dalla conoscenza di Dio: nel suo cuore, quindi, ci sono sempre la preghiera e l'adorazione.


  • In secondo luogo, l'etica cristiana ha la forma della Storia. Prende sul serio le narrazioni bibliche e cerca di dare un senso all’esperienza contemporanea alla luce di questo racconto unico ed autorevole. Questa storia è per tutti, anche per coloro che ancora non si sono identificati con/in essa.


  • In terzo luogo, l’etica cristiana è segnata dalla comunità. La realtà della vita comunitaria deve testimoniare l'amore di Dio, senza che questo comporti omogeneità e imposizione. Il comandamento di Gesù di amare Dio è, per sua natura, generale e possiamo soddisfarlo in molti di modi.  Per questo, un compito importante della comunità è aiutarsi reciprocamente a percepire la posta in gioco in situazioni difficili e complesse. In un certo senso, viviamo eticamente bene quando stiamo insieme.


  • In quarto luogo, l'etica cristiana è centrata sull’altro. L’altro è sempre una persona, mai un target. Il riconoscimento della bontà morale altrui, però, non alleggerisce la pretesa del Vangelo esige sempre una risposta: vale a dire, il pentimento e la conversione.


  • Infine, e forse questo è l’elemento più sconvolgente, l’etica cristiana ha sempre un profilo che si articola solo su grandi linee. Spesso, cioè, non riusciamo a descrivere completamente la sua forma e siamo costretti a improvvisare ruoli etici e cristiani seguendo la luce del Vangelo e secondo la nostra vocazione.


In questo modo, l’etica cristiana diventa missione. Tutta la vita – non solo la proclamazione verbale – testimonia della fede (o della sua mancanza) nel suo Signore.

12 gen 2013

Il barbiere di Stalin




Il barbiere di Stalin era un artigiano di tutto rispetto. Onesto, attento, rigoroso, preciso come ogni buon barbiere dovrebbe essere.  Faceva bene il suo lavoro e, naturalmente, non si sentiva toccato dalla moralità dei suoi clienti. Dopotutto, fare la barba non è un affare etico e non produce valori. Il rasoio, dopotutto, non rade nessuna visione del mondo, è ideologicamente neutro.
Sembrerebbe quindi che neanche il barbiere di Stalin fosse  colpevole dei delitti del dittatore. Era solo responsabile dei suoi baffi, nulla di più.
Ma non è così. Aggiustando quei baffi, infatti, contribuiva ad aumentare il fascino e l’appeal del dittatore. Diventava un consulente all'immagine, uno degli uomini ombra del regime. Era anche l’unico autorizzato a brandire un rasoio accanto alla celebre gola e – direbbe Amleto – avrebbe potuto farsi giustizia con l’uso di una semplice e nuda lama. Evitando qualunque protesta, omettendo ogni azione oltraggiosa e irriverente  nei confronti del dittatore, l’innocente barbiere finisce così per avere una parte di responsabilità, oltre a flirtare pericolosamente con il male.
In un senso, siamo tutti barbieri di Stalin. Come lui, non ci sentiamo minimamente responsabili dei crimini e dei fallimenti del sistema in cui siamo immersi, pur servendolo fedelmente. Come lui, ci dichiariamo regolarmente innocenti pur flirtando ripetutamente con l’ingiustizia e con l’irresponsabilità che caratterizza il nostro mondo. 

05 gen 2013

Spolitizziamoci?



Uno dei tratti  più caratteristici del dibattito pubblico italiano nell’ultimo trentennio è la tendenza a una progressiva spoliticizzazione. La politica viene ridotta a mera “tecnica” di amministrazione dell’esistente, spogliandosi di ogni vero progetto di riforma. Mancano le idee forti e le energie, poi, sono ovunque scarse.  Da questo processo emergono alcuni indicatori:

  • tutto ciò che è pubblico si sgretola e de-valorizza; 
  • la società civile viene esaltata acriticamente (senza considerare che spesso si tratta di semplici manifestazioni sociali sregolate, particolaristiche, corporative e lobbistiche … risultanti dalla semplice interazione tra i gruppi di potere di fatto dominanti) e poi contrapposta allo Stato; 
  • il conflitto è sempre demonizzato e il dissenso criminalizzato.

 Questi segnali si inseriscono in una cornice dove  si reiterano degli atteggiamenti, ormai strutturali:

  •  la concezione del potere come asimmetria e campo dei rapporti di forza; 
  • il realismo cinico che sollecita l’ostilità quale fattore costitutivo della vita sociale e politica;
  • l’incapacità a gestire la pluralità e il suo potenziale creativo, fermandosi, spesso, al carattere  disgregativo della diversità e del conflitto; 
  • il bisogno di identificazione e di sintesi simboliche.

Allo stesso tempo, conosciamo tutti le forme degenerate e degeneranti della vita politica nazionale, la sua perversa tendenza a trasformare il potere in abusoi e egemonia, l’ostilità in forza bruta, l’incapacità in paternalismo morale e illiberale, i bisogni simbolici in paure identitarie e strategie di purificazione sociale.
Come agire? Occorre, intanto,  partire e animare. 
Da un lato occorre partire. A poco servono tutte quelle prese di posizione critiche che per default  slittano in un infruttuoso “narcisismo della perfezione  morale". Forse abbiamo perso tutti l’ancoraggio alla realtà concreta, alle sue urgenze, alle sue dinamiche interne e alle sue prospettive e finalità. Dobbiamo partire da dove siamo.
Dall'altro serve animare. Primo Levi, nel suo I sommersi e i salvati, individua uno spazio ambiguo: la zona grigia che è appunto un terreno su cui il bene e il male tendono a confondere i propri confini. E’ anche lo spazio della politica e dell’impegno sociale, della lotta per la giustizia e la shalom.
Territorio di frontiera, buco nero in cui le vittime vengono risucchiate e corrotte, questa zona grigia testimonia la capillarità del male, la sua capacità di avvelenare i pozzi, sfruttando la naturale corruzione umana. 
Con umiltà, senza confondere i piani, evitando di ridisegnare confini o di riassegnare responsabilità, scansadosi dalla tentazione di riprodurre aristocraticismi clericali e fallimenti annunciati, e schivando le prepotenze ... questo spazio deve essere nuovamente esplorato e recuperato.
Iniziando ad ostacolare la pervasività del male in tutte le sue forme.  E cercando di alimentare tutte le capacità possibili per pensare e operare in vista di un futuro diverso dal presente, denso di giustizia e responsabilità.