21 gen 2017

Tre cose che ho imparato (grazie a Trump)

Siamo in molti a credere nella bontà dello studio, nei valori della cultura, della democrazia e del  pluralismo. Abbiamo acquisito negli anni un notevole capitale culturale: noi stessi siamo in qualche modo il frutto di tale sistema.  
Però non basta. Il successo di Trump, la crisi dell’Europa (vedi Brexit) e le anteprime di futuro che percepiamo, mi aiutano a individuare tre errori importanti.

Impreparati
Un pomeriggio, mentre rientravo a casa in treno mi è capitato di ascoltare con particolare curiosità la conversazione dei miei (ignoti) compagni di viaggio e ho capito che l’intelligentsia (post)liberale – in cui in parte mi riconosco – spesso semplifica l’analisi di fatti politici (ad esempio: l’elezione di Trump) presentandoli come forme aggressive di nazionalismo, neo-protezionismo, razzismo, pericoloso individualismo, neo-populismo … Ma non è esattamente così!
Domandiamoci, però, quale è la sorpresa? come potrebbe essere diversamente visto che da decenni stiamo costruendo un sistema educativo e culturale che sollecita l’individualismo, atomizza i saperi, parcellizza  le conoscenze, privilegia gli aspetti cognitivi a quelli corporei, il fare all’essere, privatizza il fatto religioso oppure ne permette l’imposizione politica erga omnes. Siamo semplicemente  impreparati a costruire un futuro assieme, a prenderci cura degli uni e gli altri, ad amare. Ecco il primo errore: non siamo formati! Anzi, siamo profondamente impreparati. Possiamo solo sperare in una decente improvvisazione che duri ancora un po’.

Sradicati
Il secondo aspetto è che stiamo tagliando frettolosamente le radici a nostro rischio e pericolo. Si pensi anche – ad esempio - nell’assenza di grinta, la mancanza di resilienza. È sempre più difficile e faticoso intercettare una tendenza a sostenere un qualche interesse verso obiettivi di medio o lungo termine. Il carattere così non si forma e il lavoro duro è ormai scomparso. In questo contesto sfilacciato nelle sue qualità umane e sempre più moralmente sfibrato, non è operativamente possibile promuovere l’impegno civico e sociale, o incoraggiare un investimento culturale sostenuto da valori (cristiani) e dalla passione per la giustizia. Abbiamo voluto la ritirata, adesso vedremo se e come uscirne … Ma non ci potrà essere resilienza senza una speranza da vivere che cresce su salde radici. E questo è il secondo errore.

Disperati
Il terzo errore è associato alla difficoltà a far sorgere il desiderio incontenibile di immaginare un mondo diverso a quello presente. Anche su questo fronte, però, non abbiamo molte risorse affidabili. Ci mancano pratiche riflessive, esemplificazioni, accompagnamenti … che sostengano una prospettiva organica e sistemica allineata ad una visione del mondo e della vita di matrice cristiana. Riusciremo presto a decostruire gli idoli dell’impero? Ci libereremo dall’illusione di essere i controllori del nostro destino?

Ecco dunque i tre errori da recuperare. Abbiamo rinnegato e/o compromesso le nostre intenzioni migliori. Abbiamo lasciato impigrire il pensiero e gelare il cuore: perdendo la grinta e – soprattutto - l’immaginazione e la speranza.


Stiamo attenti alle reazioni facili. Non servono rifugi o dimore monastiche dove difendersi dalla degenerazione incipiente e dal collasso del sistema. Servono piuttosto persone diverse, nuove, formate, con una chiara identità e radicalmente speranzose. Navigatori intelligenti della complessa realtà del mondo di oggi, che abilitino le persone a vivere fino in fondo la trasformazione dell’annuncio cristiano.

04 gen 2017

LA DESTRA RELIGIOSA, TRUMP & GLI EVANGELICI

L’occidente, per sua natura, è sempre in crisi, perché anche nei suoi momenti migliori non riesce mai a soddisfare le domande di giustizia, di benessere  e di buon governo che gli si rivolgono. A tal punto che oggi sembra essere più in crisi che mai la democrazia rappresentativa della Nazione che più di altre ha influito sui destini del globo. Un mondo che a partire dal complesso fenomeno delle migrazioni, sembra distanziarsi dalla visione di un “futuro multietnico, integrale e integrato” (D. Brooks, New York Times, 26 giugno 2016)   
Ecco allora uno degli articoli (Can The Religious Right be Saved?)  più stimolati sulle connessioni America&Cristianesimo. Un bell’esercizio di teologia pubblica.
L’autore, Russel D. Moore, è presidente della commissione per la libertà religiosa della Southern Baptist Convention.
Si tratta di un accorato appello a non perdere di vista la centralità dell’integrità personale nella leadership politica e sociale, nascondendosi sotto l’ombrello dell’interesse nazionale o dei valori della Nazione.
“Coloro che ci hanno implorato di evitare il relativismo morale adesso ci dicono che le nostre scelte non sono da misurare con uno standard oggettivo, ma con l’alternativa, come se un’elezione possa trascendere il principio morale“.
Sotto l’egida del realismo cristiano sarebbe terribile pensare che poiché il mondo è peccaminoso, abbiamo il diritto di sposare le strategie politiche di Macchiavelli o del darwinismo sociale.
In questo contesto sembra che negli USA lo stesso evangelicalismo ha perso credibilità. 
La strada da recuperare è tanta.  Dopotutto il cristianesimo evangelico è utile al mondo solo se tale cristianesimo è, nei fatti, evangelico.

Il rischio è che quando il cristianesimo si riduce a “progetto politico alla ricerca di un vangelo utile al progresso della sua agenda, finirà con il piacere a coloro che amano la politica, perdendo coloro che credono nel Vangelo”.   È il ritorno del liberalismo teologico, sotto nuove spoglie.

02 gen 2017

Come gestire le discussioni (religiose) sul posto di lavoro

Come posso comunicare il Vangelo sul posto di  lavoro? Sei, otto o dieci sono le ore che ogni giorno dedichiamo al lavoro e senza molta fatica realizziamo che il contesto lavorativo è un luogo naturale di condivisione e discussione.

Ma, come fare? Parlare del Vangelo sul lavoro può essere cosa delicata: per quanto convinti siamo della nostra fede, non vorremmo mai inimicarci i colleghi, creare situazioni di imbarazzo o sollecitare il pregiudizio e la disinformazione.

In ogni caso, la conversazione o la discussione non deve interferire con il lavoro in senso proprio. Detto in altri termini la produttività individuale non ne deve risentire e in nessun caso la fede deve essere usata come copertura della pigrizia, della negligenza o dell’opportunismo.

Ecco alcuni suggerimenti per impostare il dialogo con tatto e diplomazia.


Focalizziamoci sulla conoscenza. È probabile che non cambieremo l’opinione dei nostri colleghi (dopotutto la “conversione” non è il frutto delle nostre abilità); quindi prendiamo sempre la discussione come un’occasione per conoscerli meglio. Facciamo domande. Ascoltiamo. Manifestiamo curiosità, disponibilità e apertura.


Mostriamo rispetto. Diamo riconoscimenti ai colleghi e alle loro argomentazioni con commenti come: «vedo che ci tieni molto» o «si vede che hai riflettuto a fondo sulla questione».
 Vale comunque la regola: se ne parla fino a quando l’altro acconsente.

Cerchiamo un terreno comune. Per evitare che la discussione si surriscaldi, cerchiamo i punti su cui noi e i nostri interlocutori abbiamo una medesima comprensione. Non demonizziamo gli altri solo perché dissentiamo rispetto alle loro idee.


Decliniamo se necessario. Se gli altri parlano di religione, non siamo obbligati a partecipare a tutti i costi alla conversazione. Non dobbiamo per forza far conoscere sempre le nostre convinzioni e sentimenti.


Parliamo di Cristo e di quello che ha fatto. Iniziamo da noi stessi. Come viviamo la fede? Quale è la fonte? Come viviamo con gli altri cristiani? Cerchiamo nel tempo di creare occasioni molteplici di annuncio sincero del Vangelo.

31 dic 2016

Dieci indicatori per il benessere spirituale del cristiano

1) Sperimenta la presenza di Dio | comprendi il ruolo dello Spirito Santo e vivi quotidianamente con la fresca consapevolezza del suo potere e della sua presenza (Gv 14:26).
2) Esalta e adora Dio | impegnati per un’adorazione autentica, totale, significativa, regolare, centrata su Dio e la sua Parola (Gv 4:23).
3) Disciplina la tua vita | coltiva un appuntamento quotidiano con la preghiera, lo studio biblico, la meditazione e il servizio (Gv 15:4).
4) Cresci nella e con la comunità | coinvolgiti in modo attivo nella crescita spirituale, culturale, sociale e relazionale del contesto locale dove Dio ti chiama a vivere (Gv 21:6).
5) Esercitati nell’amore e nella cura | incoraggia le opportunità che conducono ad un amore genuino degli uni per gli altri:  a casa, nel posto di lavoro, in chiesa, nella società (Gv 15:12-13). 
6) Servi, come Gesù ha fatto | si sempre disponibile a servire gli altri e onorare Dio in ogni contesto (relazionale e non) della vita e del ministero cristiano (Gv 13:15). 
7) Condividi generosamente l’amore di Cristo | ottimizza ogni opportunità per condividere l’amore di Cristo, in parole e opere, con chi non conosce Dio (Gv 3:16). 
8) Gestisci la tua vita in modo saggio e responsabile | custodisci e governa le relazioni, le risorse e i talenti che Dio ti ha dato in modo saggio, responsabile e trasparente (Gv 9:4).
9) Connettiti con la chiesa locale | impegnati a vivere la comunione con altri cristiani, investendo tempo e risorse per sviluppare relazioni, adorare, pregare, servire, incoraggiare e edificare (Gv 17:23); 
10) Custodisci i doni e le risorse che Dio ti ha dato | riconosci che ogni cosa proviene dalle mani di Dio e deve essere usato generosamente per le priorità e gli scopi del Regno di Dio (Gv 12:24).

05 ott 2013

AAA cercasi profeti



C’è bisogno di profezia. Quella vera, importante, con la P maiuscola. Quella che è sempre stata elemento essenziale della storia della salvezza, strumento privilegiato per comunicare la voce del Dio vivente, santo e trascendente. Quella che si contrappone al mondo e ai suoi potentati, che si è manifestata grandiosamente nel servizio dei profeti dell’Antico Testamento e che ha orientato la missione della chiesa neotestamentaria.

C'è bisogno di profezia, perché sembra essere venuta meno. Con "l’arrivo della modernità e l’abbaglio del contemporaneo si è come spezzata, semplificata in due realtà apparentemente molto diverse" (P. Prodi, Profezia vs Utopia, Bologna 2013). La profezia, da una parte si è laicizzata, politicizzata e secolarizzata, diventato progetto rivoluzionario, retorica dei mondi ideali, utopia, volano per la perenne lotta contro l’esistente. Dall’altro, nelle chiese e nel mondo para-religioso, la profezia è stata sostituita dalla vision, dai sussurri intimistici, dalle intuizioni estatiche e consolatorie se non dai pregiudizi tribali.
Persiste anche un’interpretazione volgare della profezia dalla quale dobbiamo liberarci: è quella che la aggancia alla mera predizione del futuro, alla ricerca di calendari escatologici prêt-à-porter.
Ovvio, certo che la profezia può contenere previsioni e segnalare minacce, ma nella prospettiva biblica rimane sostanzialmente e soprattutto decostruzione dell’idolatria, contestazione del male dominante, annuncio e appello nel nome di Dio.

Invece, tra le mani ci rimangono i cocci di una visione intimistica della fede, contornati da l’illusione di modelli di santità che si pongono al di fuori della storia e da qualche bisogno di conoscere avvenimenti futuri confidati personalmente.

Necessitiamo ancora di profezia, perché essa rappresenta sostanzialmente la contestazione al potere idolatrico dominante, sociale, politico, economico o religioso che sia. Indica una direzione diversa. Ed è profeta colui che – vivendo in tensione con quel mondo - sa leggere i segni dei tempi al di là degli interessi consolidati e delle aspettative democratiche. Anzi rappresenta la Parola di Dio per la condanna dell’ingiustizia, la proclamazione della possibile redenzione e l’annuncio della più completa salvezza.
Anche nel Nuovo Testamento, con la definizione del messaggio del Vangelo, la profezia si colloca nella stessa traiettoria. La chiesa è chiamata a proclamare la Parola quale popolo di Dio (e non solamente quale singolo). Tant’è che la profezia va esercitata all’interno dell’assemblea e diviene prassi e struttura collettiva, spazio di responsabilità comunitaria, secondo la definizione di Paolo (1 Corinzi 14,1-5 e 29-33). Cosa sono i cristiani, se non il popolo chiamato a seguire Colui che è re, sacerdote e profeta?

Negli ultimi decenni, invece si è virato da un cristianesimo centrato sulla storia, sulla Parola,  verso altre spiritualità che rischiano di evaporare in individualismi, veggenze sterili, missioni artificiali e metafore digitali.
E in questo affollato e confuso crocevia, rischiamo così di dimenticarci che ci mancano i profeti, quelli veri, pittosto determinati e non tanto tremolanti.  Coloro che ancora oggi parlano e agiscono nel nome di Dio, portando dentro le logiche umane la sapienza dirompente di Dio. L’unica verità che libera e non ci rende mai facili prede per gli imbonitori di fatue speranze o di redenzioni cosmetiche.